Giustizia Sportiva, tra rispetto delle decisioni e tutela dei propri tesserati

Nel calcio dilettantistico arriva, prima o poi, il momento in cui una società deve confrontarsi con la Giustizia Sportiva.

Una squalifica.
Un provvedimento disciplinare.
Un episodio riportato in un referto.
Una decisione che coinvolge un allenatore, un dirigente o un calciatore.

Ed è proprio in questi momenti che emerge la maturità di una società.

Perché esistono due atteggiamenti ugualmente sbagliati.

Il primo è considerare ogni decisione sfavorevole come un’ingiustizia da combattere.

Il secondo è pensare che, una volta emessa una sentenza, alla società non resti altro da fare che accettarla senza verificare se esistano gli strumenti per tutelare il proprio tesserato.

Tra questi due estremi esiste la strada della responsabilità.

Rispettare una decisione non significa rinunciare a contestarla

Una società sportiva deve rispettare gli organi della Giustizia Sportiva e le loro decisioni.

Ma il rispetto dell’istituzione non significa necessariamente condivisione del provvedimento.

Se una società ritiene che una sanzione debba essere verificata, rideterminata o impugnata, utilizzare gli strumenti previsti dall’ordinamento sportivo non significa mettere in discussione il sistema.

Significa, al contrario, utilizzare il sistema nel modo in cui è stato previsto.

Il reclamo e il ricorso non dovrebbero quindi essere interpretati come un atto di ostilità.

Sono strumenti di tutela.

Il vero problema è l’equilibrio

La difficoltà, soprattutto nel dilettantismo, è trovare il giusto equilibrio.

Da una parte c’è il rispetto per l’arbitro, per gli organi giudicanti e per le regole.

Dall’altra c’è la responsabilità della società nei confronti dei propri tesserati.

Un dirigente non può limitarsi a dire:

“È stata presa una decisione e dobbiamo accettarla.”

Ma non dovrebbe nemmeno dire:

“Dobbiamo fare ricorso a tutti i costi.”

La domanda corretta è un’altra:

la società ha elementi concreti per chiedere una verifica della decisione?

Se la risposta è sì, allora è doveroso valutare gli strumenti disponibili.

Prima di difendere una persona bisogna conoscere i fatti

Tutela non significa difesa a prescindere.

Una società seria deve prima ricostruire ciò che è realmente accaduto.

Deve leggere il provvedimento.
Deve analizzare il referto.
Deve ascoltare il proprio tesserato.
Deve verificare la documentazione disponibile.
Deve confrontare i fatti con le norme applicabili.

E soltanto dopo decidere.

Questo è particolarmente importante quando il provvedimento riguarda un allenatore, un dirigente o un calciatore.

Difendere un tesserato non significa necessariamente sostenere che abbia ragione.

Significa assicurarsi che la sua posizione sia stata correttamente rappresentata e che, quando previsto, possa essere sottoposta agli strumenti di tutela dell’ordinamento sportivo.

Anche la procedura è parte della difesa

Qui entra in gioco il Football Management.

Un buon dirigente non dovrebbe arrivare alla scadenza del termine chiedendosi come presentare un reclamo.

Dovrebbe avere una procedura.

Comunicato Ufficiale → individuazione del provvedimento → verifica dei termini → ricostruzione dei fatti → analisi normativa → valutazione dell’impugnazione → redazione → deposito → conservazione della documentazione.

Perché nella Giustizia Sportiva anche un’ottima ragione può perdere efficacia se non viene fatta valere nei tempi e nelle forme previste.

Il linguaggio conta

C’è poi un aspetto che considero fondamentale.

Un reclamo non dovrebbe diventare uno sfogo.

Non serve attaccare l’arbitro.
Non serve mettere in discussione la buona fede degli organi giudicanti.
Non serve trasformare un episodio sportivo in una polemica personale.

Un buon reclamo dovrebbe fare esattamente il contrario:

fatti, documenti, norme, motivazioni e richiesta.

La società può essere ferma senza essere aggressiva.

Può contestare senza delegittimare.

Può difendere il proprio tesserato senza alimentare conflitti.

Una società deve tutelare, non proteggere a prescindere

È una distinzione sottile, ma importante.

Proteggere a prescindere significa difendere una persona indipendentemente dai fatti.

Tutelare significa invece garantire che una persona abbia il diritto di essere correttamente rappresentata, che i fatti siano valutati nel loro contesto e che possa utilizzare gli strumenti previsti dalle regole.

Questa seconda strada è quella che dovrebbe appartenere alla cultura di una società sportiva moderna.

Perché il rapporto con la Giustizia Sportiva non dovrebbe essere vissuto soltanto quando arriva una squalifica.

Dovrebbe far parte della cultura organizzativa del club.

LA MATURITÀ DI UNA SOCIETÀ SI VEDE ANCHE DA COME GESTISCE UNA SQUALIFICA

Il vero valore di una struttura societaria non emerge soltanto quando si vince una partita.

Emergono professionalità e organizzazione anche quando arriva una decisione sfavorevole.

In quel momento una società dovrebbe essere capace di fare tre cose contemporaneamente:

rispettare l’istituzione,
valutare criticamente la decisione,
tutelare correttamente il proprio tesserato.

Senza trasformare il reclamo in una guerra.

Senza trasformare il rispetto in passività.

Perché la Giustizia Sportiva non dovrebbe essere vista come qualcosa da combattere, ma come una parte dell’ordinamento sportivo con cui una società deve saper dialogare, anche quando non condivide una decisione.

E forse è proprio questo uno degli indicatori di una società dilettantistica realmente organizzata:

sapere quando accettare, quando approfondire e quando utilizzare gli strumenti di tutela che le regole mettono a disposizione.

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